Etiopia ..l'esplorazione continua...
A PROPOSITO DI RIVER TRIP ................
Forse non tutti sanno cosa significhi scendere per fiumi con la canoa piena di materiale di supporto per mangiare, dormire, passare il tempo libero e fotografare o riprendere con una telecamera ... beh, io si!!! Almeno dopo quanto mi hanno raccontato alcuni componenti della prima spedizione canoistica italiana che si è recata in Etiopia nell'ottobre 1995. Il viaggio scendendo il fiume in completa autonomia alimentare ‚ il cosiddetto River Trip, in italiano Viaggio nel Fiume!!!! La cosa è molto semplice: si prende un canoista con relativa canoa, si riempie il mezzo di trasporto con l'essenziale per la sopravvivenza senza tralasciare un buon libro per passare le ultime ore prima del tramonto e ci si reca all'imbarco!!! Detto così sembra facile, ma non è vero, lo dimostra l'avventura che mi appresto a descrivere in prima persona come se tra i partecipanti ci fossi stata anch'io.
La spedizione incominciò il 24 ottobre '95, Martino Frova, Gianluca Ricci, Giorgio Codeluppi, Francesco Salvato e Milco Tagliabue arrivarono ad Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia, e, dopo aver disceso i fiumi Awash e Nilo Blu decisero di recarsi sul fiume Baro, al confine con il Sudan lasciando Francesco, convalescente dopo aver contratto la malaria, che doveva rientrare in Italia.
Ben 25 anni prima, Richard Banks, fondatore della Sobek Expedition, aveva effettuato con dei raft la discesa di questo tratto. Almeno così si pensava. Secondo le informazioni raccolte, si dovevano percorrere circa 120 km di un fiume di media difficoltà, una sorta di "riscaldamento" prima di affrontare il ben più lungo Omo River situato molto più a Sud e di cui si voleva affrontare un tratto di circa 200 km.
Considerando la lunghezza l'arrivo era previsto dopo circa due-tre giorni, di conseguenza, sia i viveri che l'abbigliamento, per un problema di spazio, furono calcolati in 12 buste di pasta liofilizzata, qualche barretta di cioccolato e delle gallette, pari ad una riserva di circa 3 giorni, ed il materiale ridotto al minimo : giacca d'acqua a maniche corte, pantaloncini e sandali di gomma.
Non fu facile definire l'esatto punto d'imbarco perché le cartine di questo immenso paese sono piuttosto inattendibili: sembra quasi che invece dei chilometri ci siano segnate le ore di percorrenza di quelle che sono delle vere e proprie piste e che niente hanno a che fare con delle strade! Comunque, dopo un po' di discussioni, decidemmo di recarci al primo ponte militare sulla strada che da Gore porta a sud. La vegetazione, a differenza degli altri corsi d'acqua, era incredibile, una vera e propria giungla equatoriale, intricata e così fitta da rendere praticamente impossibile il sostegno da terra e molto difficoltoso ogni trasbordo obbligatorio che si presentava almeno una volta al giorno puntualmente alle ore 11:00 !!!!
Sembrava una coincidenza fortuita, ma, all'approssimarsi del mezzogiorno, si doveva fare i conti con i continui cambi di "umore" del fiume che si divertiva, molto più di noi, a stupirci con dislivelli e cascate impraticabili. Ci colpì la varietà di passaggi e la sua continua pendenza; non si fermava mai. Nei quasi 130 km percorsi, abbiamo calcolato un dislivello di 1500 mt. Praticamente due terzi del tratto disceso erano costituiti da immense cascate e salti d'acqua che rendevano impossibile la navigazione, così dovevamo caricarci in spalla la nostra imbarcazione, che in questa circostanza pesava circa 35 kg, ed effettuare trasbordi inverosimili.
Siamo passati tra la giungla, strisciando tra la fitta vegetazione per ore ed ore, inerpicandoci su e giù per pareti scoscese, attraversando rudimentali ponti fatti con le liane: nessuno avrebbe mai pensato di dover affrontare tanti imprevisti in una sola volta! Dopo i primi due giorni ci rendemmo conto di essere i primi a scendere questo tratto poiché era praticamente impossibile la navigazione con dei gommoni. Ancora non sappiamo con certezza dove si sia imbarcato Richard Banks ed il suo gruppo, ma non si erano sicuramente avventurati in questa parte del fiume.
Al terzo giorno ci imbarcammo contando di vedere nel pomeriggio il fatidico sbarco anche se il paesaggio, purtroppo, dava totalmente un'altra impressione: pareti ripide formavano una gola inaccessibile, la giungla aveva invaso il letto fluviale ... insomma non c'era altra via di uscita se non il fiume!
Questo tratto non presentava grosse difficoltà e, come di solito accade quando si abbassa la guardia, ad un certo punto, vediamo Gianluca immobile in mezzo al fiume incastrato tra un tronco ed un sasso. Presto, non c'è un attimo da perdere, Martino abbandona la sua canoa sulla riva e si tuffa raggiungendolo in un lampo, Chicco entra in morta e riesce ad "aggrapparlo" prima che si inabissi spinto dalla corrente. Dopo pochi minuti di panico, la situazione è sotto controllo e, con grande difficoltà, riescono a metterlo in salvo. Questa storia sembra non avere mai fine. Ci imbarchiamo nuovamente, ancora un po' sotto shock e resistiamo al Baro, cercando di assecondarlo e provando sempre più rispetto per la natura e la sua estrema superiorità in ogni campo. Una cosa mi colpì in particolare modo, a differenza dei fiumi discesi in precedenza, in cui ogni angolo era popolato da genti di diverse etnie che "vivevano" il fiume come stavamo facendo noi in questi giorni, lungo il Baro non abbiamo mai incontrato anima viva a dimostrazione di quanto sia inaccessibile questo bellissimo corso d'acqua.
Il giorno successivo ci trovò ancora più stanchi e depressi per come il fiume si presentava, impervio e difficoltoso, con rapide fino all VI grado che, per ovviare ad ulteriori "passeggiate" nella giungla, dovevamo affrontare pur sapendo che la perdita anche di una sola canoa, in questo frangente, poteva significare giorni e giorni di cammino prima di arrivare al tanto sospirato sbarco.
I campi lungo il fiume non erano molto comodi, cercavamo di ripararci il più possibile, ma il tempo inclemente non facilitava i nostri buoni propositi. Chi ha detto che in Africa non piove mai? Non c'è stata notte in cui non abbia piovuto, il mattino ci trovava fradici, umidicci, perfino i libri o il diario personale erano bagnati!!
Ormai eravamo al quinto giorno, provati dalla fatica e con in pancia un brodino caldo (era tutto ciò che ci era rimasto) il fiume si calmo', le rapide divennero più percorribili, quasi facili... ma forse perchè fino ad allora il percorso era stato superiore ad ogni nostra aspettativa. La tensione calo', ormai sentivamo di essere vicini all'arrivo ed infatti ecco lo sbarco. Ad accoglierci gli autisti che anche se cominciavano a preoccuparsi, erano felici di vederci tutti sani e salvi.